
Giulia Costumati
Scrittrice freelance innamorata delle immagini
Guardo il mondo che mi circonda, i volti della gente, i vicoli dimenticati di una città, una villa abbandonata e associo ad essa un' anima. Sento la necessità di raccontare all'altro il modo in cui io vedo le cose e ciò che vedo in queste, sia attraverso la scrittura che la fotografia, un disegno
Leggimi, Scrivimi, Guardami
Commenta o seguimi on line
Giorni fa ho riportato questa frase:
"si scrive per gli altri"
Ieri però uno degli esercizi di cui vi ho parlato mi ha invitata a indirizzare una lettera a me stessa. Io oggi invito voi a fare la stessa cosa: è terapeutico.
Esercizio n° 6 - Lettera a te stesso
SOGNA
Cara Giulia
l'ultima volta che scrissi una lettera fu per confessare a mamma e
papà del mio amore segreto: scrissi di getto, quasi senza
punteggiatura. Ho dimenticato come si scrive una vera lettera quindi
ti chiedo scusa in anticipo per la forma. È trascorso tanto di quel
tempo che quasi non ricordo più il tuo volto, ci siamo perse ma
avrei voluto non accadesse. Ho deciso di scriverti nella speranza di
recuperare il nostro rapporto perché ritengo sia fondamentale per
poter andare avanti. Inoltre mi manchi, mi manca il tuo sorriso
spontaneo e contagioso che tutti ammiravano. Ti ricordi quando la
maestra di danza ti disse che era un piacere stare in tua compagnia
proprio per quella linea curva sul tuo viso? Più gli altri gioivano
del tuo sorriso, tu felice ancor di più sorridevi. A volte ci
ritroviamo a concedere meno tempo alla felicità. Perché? Credo che
la causa principale siano le aspettative che costruiscono per noi gli
altri e l'obbligo che ci imponiamo di soddisfarli ci allontana così
tanto dai nostri sogni fino a dimenticarne i colori. Ci si vorrebbe
fermare un attimo per riflettere e per ricongiungerci con noi stessi
e i desideri privi di condizionamenti esterni ma tutto va così
veloce da risultare impossibile.
Come stai? Ricordo avessi molti sogni. Con la tua determinazione
avrai realizzato quelli a cui tenevi di più. Spero tu non sia
diventata una ballerina di hip-hop perché, non ti offendere, eri una
schiappa. La tua creatività l'hai concentrata nell'arte della
comunicazione e in essa hai trovato come esprimerti. Ho letto i tuoi
racconti, le tue sceneggiature e visto alcuni video: continua così.
Spero che con la tua creatività riesca, come sempre hai sognato, a
vivere. Un lavoro comune non fa per te. Ti ricordi quando la maestra
Cristina ti chiamava "bella addormentata"? Come farle capire che
non dormivi bensì sognavi ad occhi aperti?
Continua a sognare, non smettere mai...
Con affetto,
Giulia
Esercizio n° 2 - Punto di vista
Esercizio n° 12 - Pets
MAYA - CHAPTER 1
"Mayaaaaaaaaa!"
Ci risiamo. Ogni giorno la stessa scocciante storia.
"Maaaaaayaaaaaaaa!"
Arrivo, Arrivo!
"Mayaaaa"
Lasciami alla detersione mattutina delle mie grazie. Scimmia urlatrice malamente evoluta.
"Maya!"
Che ti urli, che ti urli? Arrivo, con calma ed eleganza.
"La pappaaa!"
"Corro! Perché non lo dicevi prima invece di nominare il mio nome invano? Dove sono i miei Purina, donna? Pensi che io possa nutrirmi di questo cibo per gatti di strada allevati da gattare pazze squattrinate? Hai uno stipendio, spendilo sensatamente"
"Skyyyyyy"
Oh. mio. dio. Ci. Risiamo.
"Gatto. Hai la leggiadria di un elefante in una cristalleria. Stai attento per una volta"
"Buongiorno anche a te amore!"
"Abbiamo fatto dei figli insieme ma ciò non ti dà il permesso di chiamarmi amore"
"posso?"
"Non ti azzardare ad avvicinarti ai miei croccantini, buzzurro!"
"Mami me ne daresti degli altri per favore?"
"Che scena raccapricciante. Non capisco come mi sia convinta a farmi mettere incinta da te. Piuttosto hai visto i nuovi adepti?"
"Stai parlando dei nostri figli?"
"Si, loro. Ho bisogno di svuotare i miei rosei e preziosi seni felini"
"I tuoi che? Ad ogni modo: sono sotto il portico a giocare tra le sedie"
Questo pavimento è sempre più sudicio. L' umana è in quarantena da un mese e ancora non ha avuto l'accortezza di pulire il suolo dove le mie regali zampe poggiano!
"Mamma!"
"Mamma, mamma!"
"Mamma, c'è la mamma!"
"Mamma, mamma! ho fame mamma!"
Eccoli che arrivano. Sanguisughe.
"Quante volte vi ho detto di non chiamarmi mamma? Io per voi sono il generale capo"
"scusa generale"
"mi dispiace generale mamma"
Oh Bastit... Dammi la forza.
"Ora vi dirò quello che accadrà: io mi adagerò sul quel tappetino marrone davanti quella porta. Voi in fila indiana vi avvicinerete a me. Ho sei capezzoli e voi siete in sei quindi ho un capezzolo per ognuno di voi. Detto ciò non c'è bisogno che mi assaltiate come dei leoni su una gazzella. Chiaro?"
"Si mamma"
"Non ho sentito bene"
"Si generale capo"
"Ora ci siamo. Al mio via potere iniziare ad avvicinarvi. Uno, d.."
Buzzurri, tutti loro padre. Buz-zur-ri.
Poveri capezzoli, me li stanno trasformando in stecche da biliardo.
Esercizi di scrittura
La scrittura necessita di molta pratica soprattutto se acerba come giudico la mia. Per questa ragione facendo una veloce ricerca sul web mi sono imbattuta in una lista di 47 esercizi di scrittura. Mi sono posta l'obiettivo di svolgerne uno al giorno: sono a quota due. Credendo fortemente nel potere della critica li pubblicherò nella speranza di ricevere vostri feedback.
Il suonatore Jones
Libertà...
La trovavo ovunque io mi trovassi se con me avevo il mio flauto. Non mi pesava l'andare ad arare i campi né seminare il terreno sicuro che con la musica ogni momento sarebbe stato migliore.
Non passava un giorno che io non facessi musica.
Camminando lungo il sentiero verso i campi, chi mi vedeva voleva ascoltare una melodia: le ragazze volevano la mia musica per poter ballare, gli altri per una volta poter gioire.
Io, io suonavo e suonavo. Suonavo non per avere in cambio denaro, suonavo perché per me la musica era vita e io vivevo per la musica. Di terra ne avevo poca ma di felicità ne ero ricco. Fu forse la spensieratezza a farmi vivere a lungo, fu forse il vino che ancor di più le mie giornate allietava. Fu sicuramente il suono del flauto e del violino.
Avrei voluto vedere vivere così anche chi mi stava attorno.
Avrei voluto dare un po' della mia felicità al Matto, al Giudice, al quel religioso infermiere, al ragazzo che non riusciva a giocare, al Medico che i ciliegi voleva curare, all'Ottico che aggiustava la vista senza regolare il suo modo di guardare e a tutti coloro che vidi poi morire con la tristezza sugli occhi.
Io non chiesi nulla alla vita che i miei quaranta acri di terra, la musica e nessun rimpianto con cui morire.
Un Ottico
Non
mi bastava migliorare la vista dei miei clienti come la mia
professione mi imponeva, no, non era sufficiente. Volevo che la gente
vedesse oltre e ci riuscivo.
Quando ancora ero un giovane
ottico mi resi conto guardandomi intorno che le persone, almeno
gli abitanti del mio paese, avevano bisogno di guardare oltre la
realtà, spesso triste, delle cose.
Mi ricordo, come fosse
ieri, il primo cliente che bussò alla porta del mio studio. Entrò
con un'aria spaesata e il volto smarrito velato di tristezza. Senza nulla chiedergli lo feci accomodare.
Gli
poggiai sul naso le prime lenti, poi altre e altre ancora: iniziò così il
suo viaggio.
Vide
suo padre, sua madre, sua sorella. Vide cavalieri pronti alla guerra. Vide la vastità di un campo di grano e una giovane donna circondata
da angeli. Vide
donne con occhi lucenti e labbra socchiuse. Vide
il nulla, alberi, un lago e il cielo limpido. Mi
disse di vedere una forte luce in grado di trasformare il
mondo in un giocattolo: trovammo le giuste lenti, giuste per lui,
adatte a tutti.
"Bene" gli dissi "faremo gli occhiali così,faremo
gli occhiali così! Faremo
gli occhiali così!
Un Chimico
Solo chi ha studiato è in grado di capire. Io ho studiato e infatti capisco, capisco molte cose. Capisco tutto tranne l'amore. Capisco l'attrazione ma quella tra due elementi chimici.
Ma l'amore tra due persone? L'ho visto un giorno accarezzare il volto di due innamorati. Il giorno dopo rosso di furia, di rabbia avrei voluto colpirli. Io ho preferito la legge della chimica a quella dell'amore, più facile da rispettare.
La primavera rincorreva gli amanti, gli amanti rincorrevano la primavera quando io chiuso nel mio laboratorio rincorrevo il sapere scientifico.
Cosa da più pace del sapere l'idrogeno tacere nel mare, cosa più dell'ossigeno al suo fianco dormire?
Mi bastava questo.
Ma fu l'amore che provavo nei confronti del mio mestiere a mettere fine a tutto.
Io, il chimico, il mescolatore di sostanze chimiche, morto mentre portavo a termine un esperimento, vissi senza sposarmi.
Un Medico
Da bambino sentivo la necessità di prendermi cura di chi o cosa ne aveva bisogno. Mi ricordo quando da piccolo temevo ogni anno la caduta dei fiori di ciliegio e mi tormentavo nel vedere i suoi frutti comparire credendo fossero ferite. Crescendo capii che le ferite da curare erano quelle della povera gente e studiai per diventare dottore. Dottore degli straccioni: così mi chiamavano in paese. All'inizio l'appellativo era motivo di orgoglio. A differenza dei miei colleghi io davo onore al mestiere. Mi chiedevo come riuscissero a cacciarli solo perché non avevano avuto la fortuna degli altri di poter pagare per la loro salute. L'unica cosa che si limitavano a fare per quei poveracci era dar loro l'indirizzo del mio studio.
La mia fama tra la povera gente era direttamente proporzionale al mio contro in banca: più cresceva la prima più diminuiva il secondo. Più la povera gente mi voleva bene meno me ne volevano i miei cari... Mia moglie e mio figlio mi disprezzavano. Come biasimarli? Praticavo una professione che avrebbe potuto garantire loro un vita agiata, invece vivevamo di stenti. Fui costretto a venir meno alla promessa fatta a quel bambino che voleva curare i ciliegi e divenni ricco grazie all'elisir giovinezza.
elisir di giovinezza: bevine una goccia e vivrai per sempre
Questo era ciò che raccontavo a quei poveracci che per berla mi davano in cambio quel poco che riuscivano a guadagnare. Grazie a questa menzogna mia mogli e mio figlio cessarono di vergognarsi di me ma io mi vergognavo di me stesso.
Tutti in paese discutevano riguardo l'elisir tanto che arrivò la notizia della famosa pozione magica alle orecchie del giudice.
Da dietro le sbarre i ciliegi li potei solo guardare.
Anni di pietà verso gli ultimi non furono abbastanza e alla mia morte sulla lapide venne scritto:
Dr. Siegfied Iseman, truffatore imbroglione dottor professore truffatore imbroglione
Un Blasfemo
Wendell: condannato dal giudice per condotta immorale, considerato pazzo.
La
sera prima di andare a dormire e la mattina prima di alzarmi parlavo
con Dio. Fu
mia madre a far si che io imparassi i passi del vangelo e la bibbia a
memoria. Il mio unico scopo nella vita era quello di seguire passo per passo ciò vi era scritto. Crederete
che fossi un uomo di chiesa ma non era così. L'ultima volta che andai
in chiesa fu al funerale di mia madre quando avevo dieci anni. Dio
non aveva bisogno di alcun intermediario per comunicare con me perché era
lui stesso a parlarmi.
Una fredda mattina di dicembre Wendell fu internato nel manicomio dove
svolgevo la mansione di infermiere. Quel
pazzo si era permesso di dar del bugiardo a Dio: se ne andava in giro
dicendo che aveva ingannato Adamo, che lo indusse a ignorare che al
mondo c'è il bene e c'è il male. Accusava Dio di aver creato le
stagioni e la morte per punire il primo uomo per aver
assaggiato il frutto della conoscenza.
Il
destino lo condusse a me affinché giustizia divina venisse fatta:
doveva morire. Attesi
il momento adatto. Agii durante il turno notturno. Oltre
me, nello stesso reparto, era in servizio Tomas: ero sicuro non avrebbe aperto bocca anche se avesse visto
qualcosa. Mi
recai nella stanza di Wendell: era disteso sulla
schiena con le mani sul petto come se fosse già pronto per la bara. Camminai
deciso verso di lui e gli strinsi il collo. Si ribellò alla presa
tanto da farmi cadere e sbattere contro il comodino di fianco al
letto. Tom,
sentendo il trambusto, si precipitò nella stanza e nel vedere la
scena, senza pensarci, gli assestò un colpo dietro sulla nuca
facendolo cadere a terra.
Scattai in piedi colmo di ira e gli assestai una serie
di calci sull'addome fino a fargli sputare sangue: più era il sangue
che sgorgava dalla sua bocca più mi sentivo vicino a Dio. Non
fui soddisfatto finché non esalò l'ultimo respirò. Provare
a nascondere il corpo sarebbe stato rischioso, così lo lasciammo in
stanza. Addossammo
la colpa dell'accaduto ad un altro paziente ritenuto pericoloso.
Il
primario e gli altri colleghi ci credettero. Io e Tom eravamo protetti da Dio.
Un Giudice
Anche io, anche io fui deriso ma non ero lo scemo del villaggio. La parola era il mio coltello.
Ma fui deriso
deriso fino a quando, chi si prendeva gioco di me, iniziò a temermi, a trattarmi con riverenza. Non credevano possibile che un mezzo uomo potesse un giorno sedere al banco del giudizio. Le risate mutarono in saluti formali, formule di rispetto:
"vostro onore"
Quando garzone studiavo per diventare avvocato dipingevo il rancore sui libri. Sognavo me sul banco, al quale conseguì a sedere, con il potere di decidere come Dio in terra il bene e il male della gente.
La vendetta per le umiliazioni subite era ciò che mi stava più a cuore: godevo nel dire al boia di procedere con l'esecuzione.
Immaginate di dover guardare dal basso verso l'alto la persona che vi sta dinnanzi.
Immaginate di innamorarvi di una bella donna interessata esclusivamente a sapere se è vero ciò che si dice sui nani.
Non vorreste forse avere il potere di decidere sulla loro vita per sentirvi un po' più... grandi?
Ogni macchia di sangue era una goccia di autostima, ne ero assetato.
Bevi dalla coppa della vendetta ubriacandomene, fino a che dinnanzi al boia a genuflettermi fui io.
Il ritorno
Tempo fa avevo preso l'impegno, non rispettato ahimè, di pubblicare settimanalmente i miei racconti tratti dall'album di Fabrizio De André "Non al denaro, non all'amore né al cielo". Sento il dovere morale di pubblicarli tutti prima di andare avanti con la pubblicazione di altri scritti che ho il piacere di condividere con voi lettori.
Un professore e uomo che stimo molto, Alessandro Dal Lago, iniziò il suo corso di "Scrittura creativa" dicendo:
Ho deciso quindi di continuare a mettermi in gioco con la mia passione e seguire nel renderla pubblica. Terminata questa breve premessa vi lascio alla lettura degli ultimi racconti del ciclo "Non al denaro, non all'amore né al cielo".
Un Malato di Cuore
Coloro che mi accompagnarono per tutta la vita, alternandosi, si chiamavano: Febbre, Mal di gola, mal di testa e tachicardia: quest'ultima mi era tanto affezionata. Per questi fidi compagni devo ringraziare Scarlattina, fu lei che me li donò. Si presentò quando ancora non avevo messo i denti da latte. Indossava un rossetto rosso sangue con cui, baciandomi, disegnò una maschera sul viso. I segni, quelli visibili, del nostro incontro rimasero per alcuni giorni.
Quando Scarlattina se ne andò il mio cuore ne soffrì molto, continuò a battere forte come se la stesse rincorrendo. Correva come avrei voluto fare io.
Da ragazzo quanto, quanto avrei voluto correre e giocare anche io, sul prato, con gli altri ma non potevo e guardandoli, con un sorriso amaro, mi chiedevo come facessero e riprendere fiato.
Vissi in un ampolla di cristallo costruita dalle limitazioni: "non puoi", "non devi", "stai attento", "oggi no".
Collezionai anni, divenni uomo. Grazie alla sostanziosa cifra che mi lascio mio padre in eredità comprai una bella casa, una bella macchina e servitù ma, due cose non potei comprare: libertà e amore.
Salute me le aveva negate, era cattiva, una cattiva Salute. Lei e Paura andavano d'accordo: insieme mi tenevano lontano dalle gioie della vita.
Un giorno però venne in mio soccorso Desiderio in compagnia di Mary. Mary aveva lunghi capelli biondi, il cielo negli occhi, la carnagione color madreperla nonostante il sole di Giugno.
Con un passo felpato, per non farsi sentire da Salute, mi si avvicino gioioso Amore che prendendomi per mano mi condusse a lei e le sorrisi.
Avevo iniziato una guerra contro Salute e Paura.
Avevo ottenuto la prima vittoria riprendendomi Amore, mi sarei ripreso anche Libertà.
Proprio su quel prato dove da ragazzo avrei voluto giocare con gli altri ragazzi, all'ombra di un' acacia, Amore insieme a Mary mi aiutarono a riprendermi Libertà. Un lungo bacio fu l'arma vincente: stappando la mia anima a Salute, le permise di volare via con Libertà.
Un Matto
Ogni mattina, di ogni giorno, di ogni mese, di ogni anno, in piedi di fronte quella maledetta e santa porta. La mano stretta sulla maniglia, un piede davanti l'altro e la paura che mi inchioda al pavimento. Lo sento da qui dentro quel rumore sordo che fanno gli scherni saltando da una bocca all'altra. Le sento bene le risate, sono vere, come le voci nella mia testa.
Varco la porta. Ero al sicuro dentro casa, perché sono uscito? Il cuore batte all'impazzata, un senso di nausea rende incerto il mio passo ed offuscata la vista.
E' strano...C'è tanta gente intorno ma nessuno sembra accorgersi di me. Di solito, di solito mi guardano e ridono, mi additano con la bocca larga emettendo quelle parole assordanti, anche i bambini, anche loro in coro urlano "LO SCEMO! LO SCEMO! LO SCEMO!"
Tale è la rabbi che vorrei urlare "LO SCEMO NON SONO IO"
E' così facile ridere, però ora non ridono più: non c'è più nessuno scemo nel villaggio.
Il rumore delle loro pene non può più essere affievolito dalle risate per le mie.
Chi? Chi devo ringraziare per questa infame esistenza?
L'ho restituita volentieri, da solo e insieme al mondo che ho portato nascosto nel cuore.
In quel manicomio ho lasciato i miei 25 anni.
Solo ed in compagnia della gente che ancora ora, come allora, bisbiglia con ironia "una morte pietosa lo strappò alla pazzia".
News
A breve...
Ho dovuto eliminare il racconto perchè parte di materiale privato. A Marzo del 2018 ripubblicherò "Un malato di cuore" insieme ad altri racconti tratti, come questo, dall' Album di Faber "Non al denaro non all'amore, nè al cielo".
Anna chi vuoi essere?
Anna e Cristina, sua cugina, si trovavano nella stanza matrimoniale dei nonni materni: la stanza dei giochi in cui si potevano inventare storie viaggiando con la fantasia, dove si disegnavano ombre sul muro.
Era uno dei tanti pomeriggi che trascorrevano insieme e decisero che quel giorno avrebbero finto di essere grandi e avrebbero scritto chi un giorno sarebbero diventate.
Cristina sarebbe diventata moglie del principe azzurro e con lui avrebbe avuto due bambini, ma Anna nel frattempo scriveva che sarebbe diventata madre, da sola, di due bambine, alle quali avrebbe dato il nome di Ginevra e Giorgia.
Orgogliosa il post it lo consegnò alla mamma non appena tornò da lavoro la quale ridendo le chiese " come farai ad avere due bambine senza un marito?", la bambina rispose che le avrebbe adottate.
Anna non era come le bambine della sua età: al giocare con le bambole preferiva andare in campagna con il nonno e insieme a lui dare da mangiare ai cani, ai gatti, piantare semi di zucca (che mai avrebbero generato i loro frutti), zappare e abbeverare, cosa che la divertiva tanto.
Quando arrivava il momento della pausa, la nipotina chiedeva al nonno di costruirle arco e frecce per andare a caccia di lucertole come faceva lui, il suo punto di riferimento, da bambino.
Il nonno avrebbe voluto un nipote, ma Anna lo rendeva felice. Insieme a lei faceva tutto ciò che avrebbe fatto con un nipotino.
La bambina si fece grande e ritenne giusto iniziare a fare cose da ragazza, come facevano tutte le sue amiche. Un giorno andò dalla nonna chiedendole in prestito un paio di ferri e un piccolo gomitolo. Le due, sedute in cucina su delle vecchie sedie in legno, iniziarono, una affianco all'altra, a lavorare a maglia. La nonna non poteva che esserne felice.
Dopo
qualche fila di punti dritti, il concepimento di una sciarpa, entrò
in cucina il nonno che guardando la nipotina intenta a lavorare a
maglia, deluso, e con un tono di voce severo le disse "queste cose
da femminuccia hai iniziato a fare?".
Il nonno temette di
aver perso la sua compagna di caccia alle lucertole e si immaginava tra gli alberi, a raccogliere le arance da solo, senza Anna al suo fianco.
Arrivò
Domenica, erano le 7.00 di mattina quando il nonno sentì bussare
alla porta di casa. Nell'aprire la porta trovò ad aspettarlo Anna
armata di stivali, zappa e un sorriso grande che gli riempi il cuore.
<<Anna chi vuoi essere?>>
<<Anna>>.